Lo scandalo Lockheed

1977-03-09 - Aldo Moro


Signor Presidente, onorevoli senatori, onorevoli deputati, il mio compito è grandemente facilitato dalle molte cose illuminanti che sono state già dette. Io posso largamente rinviare ai tanti brillanti contributi che hanno chiarito quello che, per la tranquillità della nostra coscienza, meritava di essere messo a fuoco.
Ringrazio questi colleghi ed anche quelli dell'opposto schieramento, per gli spunti che mi hanno offerto per una ragionevole ricostruzione.
Siamo tutti consapevoli — io credo — della grande responsabilità che ricade su di noi in questo momento. Il Parlamento italiano — ed anche questo Parlamento — si è trovato dinanzi a decisioni importanti, a scelte controverse: in quelle circostanze l'opinione pubblica, sovente distratta, si è appuntata fortemente su di noi e ci ha giudicato per quello che abbiamo fatto, per il modo con il quale abbiamo trattato temi di autentico rilievo nazionale. Ebbene, il sì o il no che stiamo per dire, non è certo meno impegnativo. Non per nulla siamo radunati in seduta comune per un dibattito prima che per un voto; non per nulla stiamo per porre termine ad un lungo periodo di incertezze e di polemiche; non per nulla stiamo per compiere in un certo modo, in una certa fase, opera di giustizia.
Una volta tanto non siamo legislatori, ma giudici, intendo giudici non in senso tecnico-giuridico, ma politico; e la valutazione che cade su di noi non riguarda una dichiarazione astratta di giustizia ma una attuazione concreta di essa. Stiamo infatti per emettere nella sostanza un verdetto (non discuto ora, semmai lo farò dopo, se sia bene o male che un tale compito ci venga affidato, venga conferito a noi, organo squisitamente politico e non ad altri); constato semplicemente il fatto di non sapere se noi, se l'Inquirente, della quale — accettando o rifiutando — portiamo a termine l'iniziativa, possiamo essere assimilati in senso stretto agli uffici di un pubblico ministero o ad altro ancora.
So con certezza, e sento acutamente, che siamo chiamati a mettere ovvero a non mettere in stato di accusa dei cittadini, siano o non siano essi ministri; a queste persone la condizione di accusati - se a tanto si deve arrivare — deriverà dalla nostra decisione, mentre per altri nelle medesime circostanze scaturisce da un atto della magistratura. Questa è la nostra responsabilità, disporre cioè, sia pure in modo non definitivo, della sorte di uomini, dell'onorabilità e della libertà delle persone, come accade appunto ai giudici il cui penetrante potere viene dalla legge appunto temperato e circondato di cautele.
Alto e difficile compito è dunque il nostro, specie in presenza della diffidenza, del malcontento, dell'ostilità che, bisogna riconoscerlo, predominano oggi nell'opinione pubblica. Dinanzi ad un potere come questo, avendo nelle nostre mani il destino di altri uomini, anche la più piccola disattenzione sarebbe inconcepibile ed inammissibile. L'affidarsi a frammentarie notizie della lunga vicenda; il pensare che tutto sia stato già udito e compreso; immaginarci in una sorta di situazione obbligata, in una posizione di partito, in una ragione di disciplina; l'essere in una esigente corrente di opinione: tutto questo è in contraddizione, tutto questo è incompatibile con la funzione del giudicare, che il nostro ordinamento, con una scelta che può essere discussa ma non disattesa, ci attribuisce.
Abbiamo dinanzi degli uomini e dobbiamo saper valutare con lo stesso scrupolo, con lo stesso distacco, con lo stesso rigore, i quali caratterizzano l'esercizio della giurisdizione. Perché anche noi, pur con tutti i nostri dibattiti politici, siamo oggi, se non nella forma, nella sostanza, dei giudici. Lo siamo noi, come lo sono i nostri egregi colleghi dell'Inquirente. Un aspetto del giudicare, infatti, nella naturale dialettica delle posizioni, è l'accusare, è il porre un carico di responsabilità, certo, sul piano strettamente giuridico, ipotetico; ma sul piano umano, già attuale, sopportato, pesante.
Questo è un momento, ed un momento essenziale, del processo; non un intermezzo politico da sbrigare rapidamente, qualche cosa di scontato. È invece un fatto serio ed importante, con una sua autonomia di esame di giudizio. Esso non è irrimediabilmente condizionato dalla fase precedente, tanto da ridursi inutile. Non è un fatto ripetitivo. Non è un atto di distrazione, appunto, tra la fase inquirente e la fase giudicante. Né noi vi possiamo rinunciare, né gli stessi interessati lo possono. E cioè non possiamo saltarlo questo momento, né formalmente né sostanzialmente, come avverrebbe se esso non fosse considerato e vissuto nella stessa linea, con le stesse finalità, con le stesse esigenze, con lo stesso bisogno di conoscenza e di convinzione, i quali caratterizzano le altri fasi del tipico processo politico che il Costituente ed il legislatore sono andati configurando.
Non possiamo dire, quindi, che è inutile e politicamente inopportuno fare, certo avendo presente quel che è avvenuto sin qui, una distinta ricostruzione e valutazione dei fatti Non basta davvero dire che si affidano queste persone, le quali dipendono da noi, le quali sono collegate a noi, non ad un potere bruto e soffocante, ma alla più alta e sofisticata delle giurisdizioni. No, non basta dire, per avere la coscienza a posto: noi abbiamo un limite, noi siamo dei politici, e la cosa più appropriata e garantita che noi possiamo fare è di lasciare libero corso alla giustizia, è fare in modo che un giudice, finalmente un vero giudice, possa emettere il suo verdetto. No, siamo in ballo anche noi; c'è un dovere di informarsi, di sapere, di decidere in prima persona.
Ed è dovere tanto più stringente, ove si consideri che il nostro sistema sottrae queste persone al triplice vaglio, che è invece assicurato, con la sua funzione correttiva e di tutela, agli altri cittadini. È certo vero che in cambio viene offerto un giudice unico ed esclusivo di altissima qualificazione e di straordinario prestigio, ma non so fino a qual punto, almeno nella psicologia dell'interessato, almeno per l'opinione pubblica più esigente, ciò possa essere considerato compensativo della impossibilità di un vaglio rinnovato da parte di organi sempre più qualificati della giurisdizione.
È quindi comprensibile che, come noi non possiamo rinunciare a compiere ora, in piena autonomia, con grande serietà il nostro dovere, neppure gli interessati possono, per superare un ostacolo politico, per approdare alla oggettività della giurisdizione, confessarsi degni di accusa e chiedere il rinvio al giudizio della Corte costituzionale.
Se essi facessero così, se rinunciassero al dibattito, alla contestazione, alla dialettica di questa fase del processo, non soltanto compirebbero un lungo passo verso la condanna, ma verrebbero essi proprio a disconoscere la funzione illuminante e responsabile della pronuncia del Parlamento e ci esonererebbero indebitamente dalle nostre precise responsabilità.
Dobbiamo dunque giudicare, formulare quel primo giudizio che si esprime in un atto di accusa, nel profilare, almeno come possibile o probabile, una responsabilità penale. La gravità di questo atto esige una adeguata motivazione.
Vi è certo una serie di sfumature nel peso delle prove, che di volta in volta vengono addotte come fondamento della incriminazione. Si va da processi nei quali l'accertamento dei fatti non costituisce più un problema, ad altri a contenuto più o meno largamente indiziario. Ma in ogni caso occorre, per pronunciarsi in coscienza in favore dell'accusa, un complesso di solidi elementi che autorizzino ragionevolmente, se non la condanna, almeno la messa in moto di un procedimento diretto ad accertare, in presenza di un sospetto serio, il fondamento della contestazione.
Ebbene, proprio in questo caso, con riguardo alla posizione del senatore Gui, del quale particolarmente mi occupo, non solo le prove non esistono, ma gli stessi indizi sono così labili, così artificiosamente costruiti, così arbitrariamente interpretati, da ritrarne la sensazione amara di una decisione pregiudiziale alla quale si è cercato di dare, con sottigliezza sofistica, ma lontanissima dalla soglia della credibilità, un sostegno di fatti ai quali si dà significato illecito, mentre essi sono tutti inerenti all'ufficio ricoperto ed in questo ambito pienamente giustificati e, più che legittimi, addirittura doverosi.
La relazione del senatore D'Angelosante è svolta con acuta intelligenza e pieno dominio dei dati del processo, ma è, mi sia consentito dirlo con tutto rispetto, piuttosto settaria.
In realtà, ogni fatto riferito al senatore Gui — il più normale, il più comprensibile nella logica degli avvenimenti, il più giustificato nelle circostanze — acquista, nella maliziosa valutazione di quel relatore, la fisionomia di una diabolica macchinazione. Chiunque conosca, e molti lo conoscono, di varie parti politiche, íl senatore Gui da più di trent'anni, stenterà davvero a ritrovare la sua rude schiettezza, la sua perfetta dirittura, il suo senso innato del dovere e del servizio nella squallida e falsa immagine di tessitore di intrighi e di percettore di tangenti. E non è che io voglia sovrapporre, per forza di sentimenti, per istintiva solidarietà in questo momento di amarezza, il Gui protagonista di impegnato, anche questi sentimenti ci sono, e noi all'immagine che, con palese forzatura, si ingegna di dargli il solerte accusatore. Certo, anche questi sentimenti ci sono, e noi vogliamo pure esprimerli in presenza di così incredibile vicenda, che riserva all'amico ed alla sua famiglia, così come all'onorevole Tanassi, il dolore di essere da tempo, e più che mai in questi giorni, nella impietosa cronaca dei giornali e della televisione, fatto oggetto di sospetti, di deformazioni, di illazioni, immerso nel frastuono della polemica politica, privato di quella serenità cui si ha diritto a conclusione di una vita spesa al servizio degli ideali democratici. Ma il senatore Gui è un combattente, quale è stato davvero nella sua giovinezza, già allora sacrificata, e saprà resistere anche a questa tempesta che la incomprensione degli uomini ha suscitato.
Ma non si tratta, dicevo, di solo sentimento. Si tratta della sconcertante constatazione che l'accusa è costruita sul vuoto, che i fatti sono le normali attività ministeriali, che proprio l'operazione, la quale si presume conclusa con illecite provvigioni, non si compie. A volersi sforzare, per trovare una ragione logica dell'accanita accusa (logica e non politica, la quale ultima si comprende molto bene), si deve pensare che si configuri una sorta di responsabilità obiettiva, per la quale il ministro dovrebbe considerarsi colpe-vole per tutto quanto, a sua insaputa ed al di fuori di qualsiasi partecipazione, venga compiuto di illecito, o anche solo tramato, come è il caso, nell'ambito di materie che rientrano nella sua competenza. Quello che il ministro Gui ha fatto, lo ha fatto alla luce del sole, e non ha il segno della scorrettezza. Non c'è la minima prova, non c'è un indizio appena sufficiente che egli abbia fatto o lasciato fare o conosciuto qualsiasi cosa di men che lecito.
La vicenda in sé, della progettata o tentata corruzione, ha risvolti oscuri, ma da essa nulla viene che tocchi anche marginalmente il ministro della difesa. Vogliamo dunque accusare il senatore Gui in ragione del suo ufficio, per essersi trovato a reggere il suo dicastero nel momento nel quale, con la conoscenza del dopo, si può ritenere si sia da parte di taluno prospettata la possibilità di lucrare una tangente relativa ad una operazione di compravendita? Ma persino la responsabilità morale e politica, ne