Propaganda politica durante il Covid-19

MICHELE DI SALVO

Uno dei principi della propaganda politica moderna risale alla seconda guerra mondiale, a Roosevelt, e afferma che “non si cambia il comandante durante la traversata”. Uno slogan che ha consolidato ad esempio il governo Churchill, ma che ne ha segnato la fine. Stesso slogan, con alterne vicende e fortune, a noi giunto con George W. Bush e il suo “non lasciamo il lavoro a metà” (riferito alla necessità di una continuità della sua amministrazione nella guerra al terrorismo).  

Questo slogan sembra essere stato rispolverato oggi da molti governi, in particolare a livello locale, e la guerra questa volta è quella al virus e alla pandemia. Il caso italiano è emblematico. Molti governatori delle amministrazioni regionali erano in bilico – almeno a giudicare il loro lavoro amministrativo precedente – e molti erano in procinto di non essere riconfermati, nemmeno ricandidati dai loro stessi partiti.

A marzo 2020 il lockdown ha cambiato tutti gli scenari, riproponendo lo schema della “necessità” come imperativo categorico di qualsiasi misura di emergenza.

Tra queste misure emergenziali ne è spuntata una, che è passata un po’ sotto silenzio, un silenzio dettato dalla paura: vietato dissentire, vietato criticare, vietato dubitare. Chi metteva in discussione, tanto le chiusure quanto le riaperture, era un disfattista e un irresponsabile, che minava la sicurezza di tutti.

In questo clima nessuno ha però rilevato che gli stessi governatori regionali che più fortemente volevano le chiusure, forti dei sondaggi favorevoli, non hanno nemmeno immaginato di spostare il voto, evitando così comizi e code ai seggi, ma anzi, questi “assembramenti” li hanno ribattezzati “democrazia necessaria”. 

Un facile plebiscito con percentuali intorno al 70% che in pochi hanno voluto attribuire anche a una campagna elettorale fatta d’estate e alle forti limitazioni di propaganda da parte dei candidati sfidanti (che non beneficiavano della visibilità mediatica dei governatori dell’emergenza). E proprio questi governatori “campioni del rigore”, dopo essersi sentiti i più amati dai cittadini, si sono rinchiusi in nuovi decreti d’emergenza, e in pochissimi hanno obiettato che la nuova ondata, oltre che all’estate, aveva come causa proprio le elezioni e i seggi elettorali.

Il trionfo, si sa, anestetizza tutto, assolve i colpevoli di scelte sbagliate, e il giorno dopo ricomincia la corsa a dare la colpa a qualcun altro: gli invisibili e onnipresenti irresponsabili, i disfattisti.

Se questo è stato l’uso che i partiti di governo hanno fatto del Covid, non c’è da esultare per l’uso che ne hanno fatto le opposizioni.

Qui la gara è stata rispolverare una straordinaria bandiera di inno alla libertà personale contro i governi opprimenti (quando non addirittura il conio della tanto potente quanto immaginaria “dittatura sanitaria”).

Il fatto anche più straordinario è che una simile posizione libertaria sia spesso stata sostenuta da partiti di destra e anche di estrema destra: straordinario vedere partiti neonazisti scendere in piazza marchiando i decreti con il segno della svastica, e facendo similitudini tra le limitazioni per i non vaccinati e le leggi razziali!

Il che riporta al vecchio dato di fatto della propaganda politica per cui non conta il colore, basta che ciò che dici sia l’opposto del tuo avversario.

Più ideologica è invece l’idea del “riaprire a ogni costo le attività economiche e commerciali” (centro destra) “senza le limitazioni della libertà personali” (destra quanto sinistra) e “i luoghi di ritrovo culturali non sono pericolosi” (sinistra) quanto “non sono pericolosi i luoghi di svago” (ristoranti, discoteche, etc – centro destra). Rigorosamente questi messaggi sono legati solo ed esclusivamente alla visione delle opposizioni, e sono esattamente opposti quando gli stessi partiti sono al governo.

I partiti politici tradizionali di tutta Europa, in generale, dalla crisi del debito sovrano (2008-2012) hanno subito una profonda trasformazione, perdendo enormi consensi a favore dei partiti populisti, di destra e di sinistra: Albadorata e Tsipras in Grecia, EnMarce e Gilet Gialli in Francia, Podemos e Ciudadanos in Spagna, M5S e Lega in Italia sono solo gli esempi più eclatanti.

Con il ridimensionarsi di questa bolla populista e la parziale trasformazione di questi movimenti in partiti, ciò che è rimasto della struttura dei partiti tradizionali si è sempre più appiattita in partiti parlamentari, senza più una organica capacità di aggregazione che si caratterizzava nella capacità di “portare le persone in piazza”.

Ciò che sembra abbiano fatto è invece “mettersi alla testa” di piazze che di volta in volta e su singoli temi si venivano a riempire più o meno spontaneamente: cavalcare l’onda del dissenso, più che creare una piattaforma politica con contenuti propri.

Effetto di questo fenomeno è l’ideologizzazione di ogni protesta, da quella LGBT (che vede contrapposti i partiti di destra dell’est Europa noti come gruppo di Visegrad a quelli di sinistra e di centro tradizionali), fino alla piazza “novax e anti greenpass”. In altre parole invece di avere un ruolo di guida e di proposta politica, i partiti all’opposizione, per il solo fatto di essere all’opposizione, indipendentemente dalla posizione politica, hanno ideologizzato e politicizzato anche la crisi pandemica.

Il risultato è che un fatto amministrativo come il GreenPass – anche con critiche più o meno giuste–, è diventato “limitazione delle libertà democratiche di libera circolazione”; l’essere a favore o contro una campagna vaccinale obbligatoria, è diventato “bandiera di libertà di scelta di terapia medica”, aprire o chiudere o limitare è diventato “dittatura sanitaria e campagna di liberazione”. 

Nel momento in cui anche un’emergenza sanitaria, che andrebbe responsabilmente affrontata in un clima di collaborazione, nell’interesse collettivo più alto del benessere della popolazione, con il contributo di tutti a migliorare provvedimenti cui nessuno era preparato, viene anche questa strumentalizzata a fini di propaganda e creazione di consenso, quello che viene meno – definitivamente – è il ruolo del partito-guida, in cui “i migliori” in qualche modo guidano i cittadini. Si finisce con l’avere come unico metro il consenso del giorno dopo, il sondaggio della prossima settimana, senza una prospettiva politica di lungo periodo.

In questo quadro si conclude quel processo di destrutturazione del senso dei partiti politici organizzati, e si sentenzia definitivamente la consacrazione di un modello di partito politico strutturato a semplice scopo elettorale, in cui il consenso facile non è costruito su idee e programmi, ma sulla capacità di intercettare il sentimento della pancia della popolazione e cavalcare le emozioni per metterci il cappello e attestarselo come consenso.

Un consenso così costruito, però, se è utile a vincere le elezioni di domani, non ha la capacità di costruire un governo il giorno dopo, né di basarsi su un programma elettorale e di governo che abbia un senso: se al politico interessa solo essere eletto e avere una maggioranza, a fare le spese di questa “politica alla velocità dei like ad una storia su Instagram” saranno i cittadini, pronti a scendere  nuovamente in una piazza sulla quale una opposizione ancora più debole farà a gara a mettere la propria bandiera.

 

Michele di Salvo  es CEO de Crossmedia Ltd. Especializado en relaciones públicas y comunicación. Escribe en micheledisalvo.com, colabora con numerosos medios de comunicación y es especialista en estrategia de campañas (@micheledisalvo)

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