La capitale del Regno

1864-12-03 - Massimo d'Azeglio


L’Italia per aver voluto a parer mio troppo precipitare il corso
degli eventi, e spingere agli estremi desideri immaturi,
è giunta oggi al bivio: o di rientrare nelle vie d’una politica
pratica e seria, o d’andare incontro ad un disastro economico
d’incalcolabili conseguenze.
Ricordiamoci che dalla questione finanze sempre nacque la salute
come la rovina degli Stati; e ricordiamo l’assioma: la buona politica
fa la buona finanza.
Le circostanze del paese sono gravissime. Dalla via nella quale
siamo per metterci dipende il nostro avvenire. O diventare una nazione
di sano giudizio nel deliberare di salda tempra nell’eseguire, quindi
rispettata e potente; ovvero una nazione, giuoco di continue illusioni,
consumata da sforzi inopportuni, quindi debole e dileggiata.
È tempo di metter fine agli equivoci e alle reticenze. È tempo di
smettere quella frase tanto ripetuta: “Sì questo è vero ma non si può
dire!” Oh perché non s’ha a poter dire? Vogliamo formare una nazione,
e non si troverà né chi osi dire intera la verità, né chi abbia
fermezza di ascoltarla?
Sì v’è però la parola che non si può, non si deve pronunziare la
triste parola della discordia.
La gran minaccia del momento non è una, od un’altra capitale:
la gran minaccia d’oggi è la discordia, sono le divisioni.
Dunque verità intera e conciliazione illimitata.
Incomincio dalla verità intera; per quanto il mio intelletto la
sa concepire.

Sulla questione presente io pubblicai la mia opinione circa quattro
anni sono.
Parrà strano ch’io citi un mio opuscolo come se tutti fossero
obbligati a leggere i miei scritti. Ma il detto opuscolo ebbe un certo
genere di celebrità, che mi sembra senza peccare d’orgoglio,
poterlo considerare come conosciuto.
Io rispetto il pubblico oggi proclamato il vero Sovrano. Ma è
appunto ai sovrani che i gentiluomini debbono dire la verità. Mi sia
permesso aggiungere che i sovrani dei tempi addietro, se erano
uomini di mente, favorivano chi diceva loro il vero: se erano uomini
dappoco li disgustavano. Ma quando Dioniso mandava alle Latomie
Filossene, perché aveva trovati cattivi i suoi versi, non riusciva
con questo a farglieli trovar buoni.
Io ebbi anch’io le mie Latomie (forse non le ultime) ed anch’io,
come Filossene, rimasi della mia opinione.
In questa discussione non posso evitare di parlarne. Se mai dicessi
di quelle tali cose che “son vere ma non si possono dire” io prego
chi m’ascolta a considerare che in certi momenti il parlare
schietto può essere un dovere ma non è certamente un gusto e
molto meno una speculazione. Spero quindi essere udito con tolleranza.
La chiave di tutti i patti che si complicano oggidì è la questione
di Roma.
La passione d’averla per capitale ha servito gl’interessi di molti:
non sono egualmente certo che abbia serviti gl’interessi d’Italia.
Comunque sia, è un fatto che coloro i quali non conoscono il dessous
des cartes, né il lavorio di società segrete, o non segrete, manifestano
qualche meraviglia dell’estrema importanza che danno
gl’Italiani a questa loro classica ambizione. Mentre parrebbe che Venezia
ed il quadrilatero avessero anche qualche influenza sull’indipendenza
e l’unità nazionale.
Ecco le parole pronunziate di recente da L. Stanley ad un pranzo
politico a King’s Lynn – non scordiamo che il nobile lord non è
punto tenero per il Papa.

“Noi altri inglesi possiamo difficilmente intendere la somma
importanza che attaccano gli Italiani alla possessione
di ciò che non è più se non una città d’aria cattiva, ed in
rovina; che non offre verun vantaggio particolare al punto di
vista militare o commerciale; la quale in una parola, non
ha altro che la raccomandi salvo il suo nome storico. Ma in
ultima analisi, se essi credono che ci sia il loro tornaconto di
mettersi in urto col clero, e con i suoi aderenti, che formano
in Italia una classe potente; se non temono d’eccitare l’animadversione
dei governi cattolici, tocca a loro a pensarci…
Bisogna confessare che è difficile burlarsi di noi con più grazia
e più buon senso.
Qui ci sarà chi opponga. “Noi vogliamo togliere Roma al Papa
in odio di un potere il quale sempre chiamò lo straniero in Italia”
e la risposta è innegabilmente fondata sul vero. Sono inoltre d’accordo
che nelle tendenze verso Roma entra per molto una questione
d’odio; e per abbondare voglio anzi concedere che ve ne entrino
(o almeno ve n’entrassero) due…ma lasciamo stare
quest’argomento degli odi che mi ripugna.
Mi limito a dire che l’odio è il pessimo dei consiglieri, per tutti,
e più per l’uomo di Stato.
Comunque sia, quando un’idea anche meno provvida s’è resa padrona
dei cervelli umani, per qualsiasi motivo o ragione, ogni uomo
di senno la tiene a calcolo. C’è di più; ogni cittadino deve portar
riverenza ad un desiderio espresso dalla Camera con un ordine
del giorno, quand’anche statuisse sulla pelle dell’orso prima d’averlo
preso.
Ma la Camera non stabilì il giorno del nostro ingresso in Roma.
Confesso che secondo me non era neppur giunto il giorno in
cui fosse opportuno muovere il governo dall’antica sua sede; che, a
suo tempo, stimo però sempre fosse bene fissare in Firenze.
Da Torino non si governa! Ci ripetono, sarà benissimo; specialmente
se v’è un Ministero che non sappia governare (Ilarità). Sarei

curioso di sapere v.g. se la scadenza a un mese di 200 milioni che
abbiamo allo scoperto sia unicamente effetto dell’aria di Torino
(Ilarità).
Non ostante, siamo d’accordo, non si poteva sempre restar qui.
Ma invece di questo sloggiare a precipizio come se fossero arsi i
ministeri, v’erano questioni più gravi ed urgenti da risolvere.
L’Italia riunitasi, quasi per intero, in così poco tempo in corpo
di nazione, con esempio forse unico nelle storie; l’Italia cogli elementi
che la compongono avrebbe dovuto prima di tutto attendere
a darsi un ordinamento forte e compatto, onde ridursi il più
presto possibile ad avere disponibili le sue forze ad ogni evento.
Dopo, poteva poi mettere in campo senza pericoli eccessivi le questioni
di capitali e d’ingrandimento.
Le altre nazioni hanno impiegato secoli a completarsi. Fra un ingrandimento
e l’altro, non si consumavano inutilmente in isforzi
intempestivi. Si rafforzavano in silenzio ed aspettavano.
Noi invece s’è molto gridato nel vuoto; s’è molto speso, e ci siamo
molto indeboliti. E neppure così impotenti si sa aspettare?
L’assoluto è il peggior nemico della buona politica come la scienza
dell’aspettare è la sua più fedele alleata.
“A che rimestare il passato?” mi si dirà; “a render savio il futuro”
rispondo io!
Il tempo utile di far giudizio non è, grazie a Dio, interamente passato.
Io quindi opino che si sarebbe potuto differire e risparmiare
quest’urto nelle fondamenta d’uno Stato nuovo, ancora mal connesso,
coll’amministrazione e le finanze in tanto disordine.
Ma ormai il dado è tratto, e mi limito a dire che se questo trattato
servirà ad acquetare l’Italia, e por fine all’agitazione per la
capitale; se si potrà quindi cominciare a governar sul serio, ad introdurre
finalmente un po’ d’ordine in tutto, a far economia, a
dar forma ragionevole al sistema delle tasse e trovar rimedio al
malcontento e alla sfiducia delle popolazioni… Oh allora benedirò
il trattato. Sarà stata la nostra fortuna.

Se invece risveglierà più ardente la crociata onde affrettare un
nuovo trasporto, se non ci sarà né testa né via di mettersi a far gli
affari del paese; allora invece d’una fortuna sarà stato una disgrazia,
ed avremo peggiorate le nostre condizioni, colla scossa economico-
morale dello sgombero, di giunta.
Io non intendo con ciò andar contro all’ordine del giorno
della Camera. Intendo anzi ricordare qual è la via che conduce
al suo compimento. Il conte di Cavour, che sapeva quello che
diceva, l’indicò. Non mi sembra egualmente evidente che sia
stato capito.
“L’Italia, diceva egli, avrà Roma quando la Francia ed il cattolicismo
del mondo siano convinti che con ciò l’autorità e l’indipendenza
del Pontefice ne vengano turbate”.
Basta dare un’occhiata in giro sull’Europa per giudicare dei progressi
da noi fatti nella fiducia del cattolicismo; e per giudicare i nostri
progressi nella fiducia della Francia basta dare un’occhiata al
trattato; il primo a notizia mia che abbia stipulata una cauzione alla
firma d’un principe di Casa Savoia.
Ne parlerò or ora.
Stimo intanto opportuno chiarire alcune idee.
Se ne sono dette tante e di così strane dai ministri, dalle tribune,
dalla stampa e dalla piazza, che se il povero pubblico italiano
ne avesse perduta un poco la bussola non sarebbe da far meraviglia.
Stabilisco una distinzione.
V’è una gran differenza, fra Roma Capitale e Roma semplicemente
città italiana, quale io intesi proporla nel mio programma,
coi diritti e cogli oneri d’ogni altra; retta a municipio per l’amministrazione
comunale sotto la sovranità nominale del Pontefice.
La prima ipotesi turba le coscienze e ci tira addosso l’intiera
cattolicità. La seconda non spaventerebbe (o meno) il cattolicismo,
e le coscienze se ne potrebbero contentare.
So benissimo che nemmeno questo sistema è di facile applicazione,
ma che cosa è facile nella questione romana?

Esso avrebbe intanto il gran vantaggio d’essere l’affermazione
del nostro principio politico, mentre il trattato ne è la negazione.
Io vorrei che i nostri plenipotenziari avessero messo innanzi, fra
gli elementi delle trattative, il diritto dei Romani (i soli che nessuno
pensi a nominare nella questione di Roma!) ad avere un Governo
di loro scelta come la Francia e l’Italia: entro i limiti (è inevitabile l’aggiungerlo)
entro i limiti fatalmente imposti dalle condizioni eccezionali
del Papato a fronte de’ popoli civili, ed anzi di tutti i popoli.
E qui cade appunto l’applicazione dell’assioma “L’assoluto è il
peggior nemico della buona politica”.
A parer mio era consiglio più saggio e più accorto, il riconoscere
francamente un tal diritto, salvo a lasciarne al tempo ed alle circostanze
la applicazione pratica. Credo poi soprattutto non fosse
male spiegarsi in modo che tutti capissero le vere intenzioni de’-
contraenti, e perciò cominciassero questi a capirsi fra loro (Bene,
bravo). La massima che la parola fu data all’uomo per dissimulare
il proprio pensiero, è moneta scadente colla pubblicità d’oggidì.
Usando maggior chiarezza si sarebbero evitate tutte quelle spiegazioni
e que’ commenti contraddittori, dei quali non si conosce
esempio in diplomazia, de’ quali si rise, e che produssero un effetto
certamente poco lusinghiero per le due parti: e quello che
più importa non si sarebbe lasciata una buona ragione in mano di
coloro i quali, visti i Romani esclusi per sempre dal diritto comune
non avranno più scrupoli circa i mezzi onde ricondurveli.
Io mi ricordo però ancora abbastanza degli affari per comprendere
la difficoltà di far inserire un tal diritto nel protocollo. Tuttavia
era bene tentarlo. Una affermazione, anche inefficace, ha sempre
importanza per l’avvenire, in materia di diritto.
Tuttociò dev’ essere detto in quest’occasione onde nelle stipulazioni
future non vengano trascurate certe regole elementari, ma
non intendo punto gettare un biasimo sui nostri plenipotenziari
dei quali riconosco tutta la buona volontà.
Credo invece opportuno richiamare l’attenzione non solo del
Senato ma (se lo potessi) d’Italia e di Europa su due verità che vedo tenute sempre fra nuvoli mentre tanto importerebbe apparissero
limpide e chiare.
Le verità son queste.
Il cattolicismo deve dal canto suo riconoscere essere ingiusto
(ed oggidì impossibile a luogo) il voler sottomettere colla forza molte
migliaia d’uomini ad un governo tenuto da tutti la negazione
delle esigenze ragionevoli della civiltà.
Una simile ecatombe immolata alla sicurezza del papato ne sarebbe
la più severa condanna.
Il cattolicismo deve dunque ammettere che ove il Papa sia in possesso
della libertà, dell’indipendenza, dell’inviolabilità di principe
sovrano; ove abbia i mezzi di tenersi in relazione col mondo cattolico,
e governarlo in materia dogmatica disciplinare, beneficiaria,
ecc., deve, dico, ammettere che i Romani vivano della vita generale
dell’età nostra, ed il Papa ne sia sovrano puramente nominale.
Vengo alla seconda verità.
L’Italia dall’altro lato deve comprendere che il culto più antico
e numeroso della cristianità, ordinato mirabilmente nelle sue gerarchie
per la comunicazione immediata e potente della volontà
suprema; un culto connesso colle forze più vive della società, non
voglia rinunziare senza ostinata lotta a quella sede ove da diciotto
secoli sono raccolti i monumenti più venerati della sua fede.
L’uomo di Stato che merita un tal nome, professi o non professi
una fede, sa accettare sempre i fatti. Sarei curioso di sapere se al
ministro più Volteriano della Sublime Porta, verrebbe mai in capo
di mettere a soqquadro la Mecca? Troverebbe sempre modo, se ha
giudizio, d’accomodarsi altrimenti: e qui sta l’abilità.
Duro poi fatica a persuadermi che il cattolicismo, riesca mai a
concepire il Papa al Vaticano, ed il Re d’Italia in Campidoglio, come
alcuni vorrebbero.
Ora domando: siamo noi preparati ad una lotta colla cattolicità?
Metterebbe conto l’affrontarla?
Ed ove invece venissero ammesse da ambo i lati le accennate verità,
quale estesa conciliazione non ne verrebbe tosto nel mondo?

Non solo religiosa ma politica e civile! Mentre ora in ogni classe il
malessere è così generale!
Se ciò che io dico è vero, sarebbe dovere di tutte le autorità sociali,
del Governo, de’ministri, degli scrittori, degli uomini influenti,
l’illuminare il pubblico, invece di lasciarlo in balia di tante menzogne
e di tante illusioni, o per un fumo di popolarità, o per trovare
appoggio di volgari ambizioni.
D’altronde ognuno faccia ciò che vuole, nessuno de’ due campi
può sperare una vittoria intera: l’unica uscita è la transizione.
Giammai l’Italia si persuaderà che una sovranità del Papa, unicamente
nominale, sia la rovina della religione.
Giammai il cattolicismo si persuaderà che Firenze capitale sia la
rovina d’Italia.
Ed il mondo avrà dunque a viver sempre in pericolo e guai perché
dagli uni non si vuol rinunziare alla Motte de terre, del P. Lacordaire,
e dagli altri alle rovine d’una città, che da Diocleziano
in poi non è più stata realmente capitale che della cristianità?
Pel complesso di questi argomenti avrei voluto che, mediante il
trattato, si fosse condotta e stabilita la questione sul suo vero terreno.
Ma lo so pur troppo; nella pratica il desiderabile ed il possibile sono
due cose molto diverse. Speriamo tuttavia che s’ottenga in appresso
ciò che non poté ottenersi ora. Speriamo che anche la diplomazia
faccia un progresso e che d’ora in poi stipuli trattati per essere
eseguiti, e non per essere violati: vale a dire trattati destinati a favorire
i giusti desideri di tutti gl’interessati, e non a soffocarli.
Due parole ora sull’opinione di coloro i quali, a facilitare la soluzione
della questione romana, calcolano sul progresso della civiltà
universale; vale a dire, se non erro, sull’indebolirsi generale delle
fedi religiose.
Confesso non sapermi fare un’idea chiara del modo che terrà il
progresso per persuadere al Papa d’allora la rinunzia spontanea
della sua sovranità: se, d’altro lato, egli pel primo non è persuaso,
allora come ora sarà una questione di forza materiale.

Circa poi lo spegnersi delle fedi, io ignoro qual destino prepari
l’avvenire ai culti esistenti: ammetterò, se si vuole, la possibilità
d’un’epoca nella quale i nostri nipoti vedranno i gran piloni che
sostengono la cupola di Michelangelo, sorgere soli, coperti d’edera,
fra mucchi di rovine; ma noi non abbiam tempo d’aspettar tanto;
ci è forza ordinarci subito: e poiché la cupola di S. Pietro sta sulle
sue basi, mi pare prudente di tenerne conto tra gli altri elementi del
nostro ordinamento nazionale.
Ed aggiungo per ultimo che il potere pontificale così modificato,
diverrebbe, secondo me, un vantaggio per l’Italia, mentre innegabilmente
ne fu sin ad oggi un danno.
Seguitiamo l’esame del trattato. I nostri plenipotenziari affermano
non aver rinunziato a nessun diritto nazionale; se non erro ciò accenna
al trasporto della capitale a Roma … come se il rimanere a Torino
o l’andare altrove quando ci pare, non fosse un diritto nazionale
molto più generalmente riconosciuto del primo! Ma, passiamo.
Fatto il trattato, comparvero i primi commenti. Non dissipavano
ancora le nebbie, ma potevano da ad un dipresso l’idea delle
intenzioni de’ contraenti. Per molto tempo però, ed appunto quando
per l’improvviso annunzio erano più concitati gli animi, e quindi
più urgente il dissipare timori e sospetti, ecco il piacevole stato
nel quale eravamo mantenuti da un’incredibile imprevidenza!
Secondo i plenipotenziari non s’era rinunziato a Roma. Secondo
il trattato e i documenti francesi s’era rinunziato. Secondo la nostra
stampa ufficiosa non s’era rinunciato, secondo la stampa ufficiosa
francese s’era rinunziato!...(Movimento). Non so se questi
enigmi servano molto a dar riputazione ad un governo, ridotto a vivere
d’equivoci. So bene che la società moderna, e l’Italia più di tutti,
avrebbero necessità e diritto a ricevere dall’alto, da ogni autorità
senza eccezione dei belli e buoni e nobili esempi, ovvero non
s’avranno poi a dolere se le autorità d’ogni classe perdono ogni
giorno riputazione, forza morale ed ogni condizione di vita.
Ma non erano finiti i commenti. Ne venne un ultimo che mi
sembra il più chiaro di tutti.

L’Italia dal suo canto dice: io aspetto il progresso della civiltà
quand’esso mi dirà È giunto il momento! Dichiaro fin d’ora che
agirò secondo le mie convenienze.
La Francia risponde: quando sia giunto il vostro momento, anch’io
agirò secondo i miei interessi. Ciò che in buon italiano significa
che ognuno rimane della propria opinione; e che s’è avuta
l’abilità di fare un trattato trovandosi in perfetto accordo su tutto,
salvo sulle sue basi (Ilarità).
Il guadagno più netto si è la capitale portata via da Torino. Sia
Pure: andiamo a Firenze! Ma sia permesso ad un vecchio che ha
molto pensato all’Italia ed alle basi sulle quali stanno saldi gli Stati
un avvertimento.
Persuadiamoci che le nazioni si governano bene e fioriscono,
quando le conducono uomini onesti, di carattere fermo e sensato,
che rispettano la propria dignità (Bravo, bene, bene), schivi dallo speculare,
e pronti al sacrificio. Se invece le conducono uomini a tutte
mani, di poco carattere e meno giudizio, mettete il Governo a Torino,
a Roma, a Firenze, o dove volete, sarà tutt’una cosa, e sempre
s’andrà di male in peggio (Bravo, bene).
Ora dunque che la capitale è trovata, si pensi all’avvenire e
sempre a trovar buone e rette amministrazioni e quanto alla città
di Firenze non dubito punto che essa non sia per crearsi un ambiente
entro il quale prosperi il governo della dignità e del sacrificio, e
divenga invece impossibile quello dell’intrigo e della speculazione
(Bravo, bene, bene).
Stipulata la convenzione, ci venne detto: “Ora dateci una garanzia”.
Ciò che fra privati si tradurrebbe pel pegno in mano (Ilarità):
ed il pegno viene accordato.
Mi sia permesso di ricordare un tempo nel quale anche da noi
si dava una garanzia ai trattati, ma era la nostra firma, ed era tenuta
per buona (Bene, bravo). Corse in quei tempi questa parola
del principe di Schwarzemberg: “Se il Ministro sardo lo afferma, gli
si può credere”. Non fu detto che parlasse di caparra.
E non intendo con ciò farmi ostile ai Ministri caduti: essi certamente fecero il meglio che seppero e poterono: ma intendo mostrare
la necessità, l’urgenza somma che ci stringe di riconquistare
all’estero, ed anche all’interno, quella riputazione, quella dignità,
quella fiducia che secondo il conte di Cavour è la condizione
sine qua non del nostro ingresso in Campidoglio (Bravo, bene).
Un’osservazione ancora ed ho finito.
Se comprendo i termini della convenzione, mi sembra che noi
riconosciamo la sovranità del Papa, quale è al presente. Non mi
pare chiaro egualmente che il Papa riconosca quella del Re d’Italia.
E se il Papa non la riconosce, tutto si ridurrà, al solito, ad una questione
d’opportunità e di forza, stato di cose in perfetta armonia come
ognun vede con quella brama di conciliazione tra il papato e
l’Italia, professata, da quanto ci dicono, così ardentemente da molti
ministeri successivi.
Una tale conciliazione dovrebbe fondarsi, s’intende, sulla celebra
frase “Chiesa libera, in libero Stato”.
L’entrare in questa questione mi spingerebbe oltre i limiti che ho
prefissi a questo discorso.
Non voglio però tacere, ch’io stimo codeste parole come un
motto d’occasione che ha terminato il suo servizio (Ilarità); ma
non quale pratica soluzione.
Se ne avvedrebbero i nostri preti e più i nostri curati, sui quali
s’aggrava “Pondus Diei et aestatus” se non esistesse l’exequatur!
L’exequatur, a parer mio, sarà per un pezzo (dovrei dir sempre)
uno dei primi elementi del buon ordine interno presso le nazioni
cattoliche.
Detti i molti danni della convenzione, un’imparziale giustizia mi
comanda di dirne altresì i vantaggi.
Esso pone un termine ad una delle due occupazioni straniere.
Straniero! È in Italia una parola sinistra. Chi ha lette le nostre
storie da Odoacre in qua ne sa il perché. Perciò appunto non mi piace
applicarla al Corpo francese, parte di quel nobile esercito, al
quale, come al suo capo, deve l’Italia gratitudine eterna (Bravo,
bene). Ma il cuore della Francia è posto in alto luogo. Dal proprio sentire in via d’indipendenza, giudicherà il mio, e son certo di non
essere frainteso. Debbo però notare una circostanza spettante all’intervento.
Non possiamo dissimularci che le riserve di libertà
dichiarate ultimamente da ambe le parti riducono ad uno stato
singolarmente precario il benefizio di una cessata occupazione.
In una parola i caratteri del trattato sono oscurità incertezza. È
vero che se l’Italia l’avesse capito, forse l’acclamava un po’ meno
(Ilarità).
Altro vantaggio del trattato è l’unirci più strettamente alla Francia
e all’Imperatore Napoleone, il maggior amico che abbia l’Italia.
Si verranno così a porre viepiù in armonia le tendenze politiche
dei due popoli, che hanno fra loro cento motivi di fiducia e nessuno
di sospetto (Bravo, bene).
Ma vi può essere un ultimo vantaggio, e se si ottiene sarà di
tutti il maggiore, ed è che cessino oramai odi e rancori fra noi,
che spariscano antiche gare, che anche il Piemonte ottenga finalmente
amnistia completa (Ilarità) e che si formi un’Italia veramente
unita di cuori e di volontà, come s’ottenne formarla di città
e di provincie.
Riassumo i miei concetti in due parole.
Se il trattato, ponendo fine all’agitazione circa Roma, procurandoci
più valido appoggio per parte della Francia, ci darà campo
onde poter governare, fare economie, ristabilire il nostro credito
morale e materiale, e giungere ad ordinarci in modo stabile e
duraturo, io mi rallegrerò del trattato, cercando dimenticare a qual
saggio fece discendere la nostra firma. Nel caso contrario aspetterò
per rallegrarmi d’averne veduti gli effetti.
Ho detta la verità schietta: o almeno quello ch’io credo la verità.
Due parole ora sulla conciliazione.
Qual è lo scopo al quale tutti ci affatichiamo? Riunire l’Italia
in corpo di nazione. Che cos’è più facile riunire città e provincie divise,
o volontà e cuori divisi?
Specialmente in Italia, credo più difficile il secondo del primo.
Non perdiamo dunque mai di vista che fra noi la questione della concordia, è la prima, e lo sarà per un pezzo. Ora, se gli atti
hanno grave importanza per tutelarla, le parole, i riguardi, le forme
l’hanno grandissima cogli uomini di cuore. Per questi una parola
d’affetto, una stretta di mano, sono il migliore anzi il solo de’
compensi.
Molti sacrifici s’avranno ancora da compiere, né si potrà sempre
ripartirli su tutti egualmente. È desiderabile che d’or innanzi i
sacrifici vengano da un lato accettati con prontezza da chi ne verrà
a soffrire, dall’altro chiesti col rammarico che ispira una dura necessità,
e non imposti coll’allegrezza d’un sospirato trionfo (Bravo,
bene).
Nei tristi casi del settembre, non tanto il fatto quanto l’ingiuria
del modo mosse a sdegno questa città. Pure a me sta concedere
che vi accaddero fatti reprensibili. Ma se tocca a noi torinesi riconoscere
i nostri torti; tocca agli altri riconoscere i loro. La vera base
d’ogni conciliazione è l’equità.
Ora, mi sia permesso di terminare, dando un ultimo sguardo sul
nostro passato; non tornerà inutile a chi cerca la giustizia e la verità:
a chi ha nel cuore corde che vibrino pei nobili ed elevati sentimenti.
Io apro le istorie, e leggo che nel 1045 la Casa di Savoia, ed il Piemonte
si mettono unite per una via, che dovranno battere per otto
secoli, senza mai rompersi fede. Esempio unico in Europa quel
tutt’insieme che si chiamava il Piemonte, mantenne sempre la sua
dinastia nazionale, né tollerò mai giogo veruno per ottocento anni
(Bravo, bene).
Se due volte, sotto Carlo V e sotto Napoleone, ai quali piegò
l’Europa, piegò anch’esso, seppe, appena dissipata la bufera, ritornar
tosto libero e di propria ragione. Dal 1045 la compagnia stretta
fra questi popoli e la marziale discendenza d’Umberto, eseguiva,
ignara dell’opera sua, il disegno di Dio, che voleva fatta oggi l’Italia.
Da que’ principi sino all’assedio di Gaeta, si ebbero comuni
gioie, dolori, sconfitte onorate e gloriose vittorie. Dall’alta gerarchia
ove splende il nome di Vittorio Amedeo II sino all’umile condizione del povero minatore, Pietro Micca, ogni classe, sto per dire, ogni
famiglia, legge sparsi nelle storie i suoi nomi, legati a qualche nobile
sacrificio, o a qualche impresa d’onore.
Signori, lo so, sappiamo tutti, tutti d’accordo lo volgiamo; sì,
questo Stato antico deve scomparire, come scompare il seme del frumento
quando è formata la spiga.
Ma ad un cumulo di fatti, di tradizioni, di memorie onorate,
non si rinunzia senza averne il cuore spezzato.
Quando la nuova sposa esce dalla casa ove nacque, i suoi genitori,
v’acconsentono, lo vogliono, ma se a quel passo si sentono
l’anima trafitta, chi li vorrà condannare? (Bravo, bene)
Così, poiché la nazione lo vuole; poiché nello stato presente delle
cose nostre è minor danno un triste trattato, che la divisione
degli animi, anch’io col cuor tristo lo accetto (Bravo, bene).
Questo sacrificio, lo accetta ugualmente, ne sono convinto, Torino
ed il Piemonte. Diceva l’antica latinità – Malo assuetus Ligur.
Sapremo mostrare che non siamo meno forti degli avi nostri.
Così possa Iddio farlo tornare in pro dell’Italia, e revocare quel
giudizio che su noi pesa da secoli; pel quale tante volte potemmo
farci indipendenti e forti coll’amarci ed aiutarci fra noi a vicenda,
e rimanemmo invece deboli e dipendenti per colpa delle invidie e degli odi civili (Vivi e prolungati generali applausi).