Roma, capitale

1861-03-25 - Camillo Cavour


L’onorevole deputato Audinot vel disse senza riserva: Roma debb’essere la capitale d’Italia. E lo diceva con ragione; non vi può essere soluzione della questione di Roma, se questa verità non è prima proclamata, accettata dall’opinione pubblica d’Italia e di Europa. (A SINISTRA: BENE!). Se si potesse concepire l’Italia costituita in unità in modo stabile senza che Roma fosse la sua capitale, io dichiaro schiettamente che reputerei difficile, forse impossibile la soluzione della questione romana. Perché noi abbiamo il diritto, anzi il dovere di chiedere, d’insistere perché Roma sia riunita all’Italia? Perché senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire. (APPROVAZIONE).
A prova di questa verità già vi addusse vari argomenti l’onorevole preopinante. Egli vi disse con molta ragione che questa verità, essendo sentita quasi istintivamente dall’universalità degli Italiani, essendo proclamata fiori d’Italia da tutti coloro che giudicano delle cose d’Italia con imparzialità ed amore, non ha d’uopo di dimostrazione, è affermata dal senso comune della nazione.
Tuttavia, o signori, si può dare di questa verità una dimostrazione assai semplice. L’Italia ha ancor molto da fare per costituirsi in modo definitivo, per isciogliere tutti i gravi problemi che la sua unificazione suscita, per abbattere tutti gli ostacoli che antiche istituzioni, tradizioni secolari oppongono a questa grande impresa; ora, o signori, perché quest’opera possa compiersi conviene che non vi siano cause di dissidi, di lotte. Ma finché la questione della capitale non sarà definita vi sarà sempre motivo di dispareri e di discordie fra le varie parti d’Italia. (BENISSIMO!).
E invero, o signori, è facile a concepirsi che persone di buona fede, persone illuminate ed anche dotate di molto ingegno, ora sostengano o per considerazioni storiche o per considerazioni artistiche, o per qualunque altra considerazione la preferenza a darsi a questa o quell’altra città come capitale d’Italia; io capisco che questa discussione sia per ora possibile; ma se l’Italia costituita avesse già stabilita in Roma la sua capitale, credete voi che tale discussione fosse ancora possibile? Certo che no; anche coloro che si oppongono al trasferimento della capitale a Roma, una volta che essa fosse colà stabilita non ardirebbero di proporre che venisse traslocata altrove. Quindi è egli solo proclamando Roma capitale d’Italia che noi possiamo porre un termine assoluto a questa cause di dissenso fra noi.
Io sono dolente perciò di vedere che uomini autorevoli, uomini d’ingegno, uomini che hanno reso alla causa italiana eminenti servigi, come lo scrittore a cui l’onorevole preopinante alludeva [ossia Massimo d’Azeglio], pongano in campo codesta questione e la dibattano, oserei dire, con argomenti di poca importanza.
La questione della capitale non si scioglie, o signori, per ragioni né di clima, né di topografia, neanche per ragioni strategiche; se queste ragioni avessero dovuto influire sulla scelta della capitale certamente Londra non sarebbe capitale della Gran Bretagna, e forse nemmanco Parigi lo sarebbe della Francia. La scelta della capitale è determinata da grandi ragioni morali. È il sentimento dei popoli quello che decide le questioni ad essa relative.
Ora, o signori, in Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinate le condizioni della capitale di un grande Stato. Roma è la sola città d’Italia che n abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là de suo territorio; di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato. (SEGNI DI APPROVAZIONE SU VARI BANCHI). Convinto, profondamente convinto di questa verità, io mi credo in obbligo di proclamarlo nel modo più solenne davanti a voi, davanti alla nazione, e mi tengo in obbligo di fare in questa circostanza appello al patriottismo di tutti i cittadini d’Italia e dei rappresentanti delle più illustri sue città, onde cessi ogni discussione in proposito, affinché noi possiamo dichiarare all’Europa, affinché chi ha l’onore di rappresentare questo paese a fronte delle estere potenze possa dire: la necessità di aver Roma per capitale è riconosciuta e proclamata dall’intiera nazione. (APPLAUSI). Io credo di avere qualche titolo a poter fare quest’appello a coloro che per ragioni che io rispetto, dissentissero da me su questo punto; giacché, o signori, non volendo fare innanzi a voi sfoggio di spartani sentimenti, io dico schiettamente: sarà per me un gran dolore il dover dichiarare alla mia città natia che essa deve rinunciare assolutamente, definitivamente ad ogni speranza di conservare nel suo seno la sede del governo. (APPROVAZIONE).
Sì, o signori, per quanto personalmente mi concerne gli è con dolore che io vado a Roma. Avendo io indole poco artistica (SI RIDE), sono persuaso che in mezzo ai più splendidi monumenti di Roma antica e di Roma moderna io rimpiangerò le severe e poco poetiche vie della mia terra natale. Ma egli è con fiducia, o signori, che io affermo queste verità. Conoscendo l’indole dei miei concittadini; sapendo per prova come essi furono sempre disposti a fare i maggiori sacrifizi per la sacra causa d’Italia (VIVA APPROVAZIONE); sapendo come essi fossero rassegnati a vedere la loro città invasa dal nemico e pronti a fare energica difesa, conoscendo, dico, questi sentimenti, io non dubito ch’essi non mi disdiranno quando, a loro nome, come loro deputato, io proclami che Torino è pronta a sottomettersi a questo gran sacrifizio nell’interesse dell’Italia (APPLAUSI DALLE GALLERIE).